Assistant Professor presso la School of Communication e vice direttore dell’Institute on Disability and Public Policy dell’American University di Washington, Filippo Trevisan è un’eccellenza italiana che oggi vive negli Stati Uniti. Dopo aver lavorato come reporter per la più grande agenzia di stampa privata italiana a Roma, ha completato il suo dottorato di ricerca e ha lavorato come ricercatore post-dottorato all’Università di Glasgow in Scozia. La sua ricerca esplora l’impatto delle nuove tecnologie dei media sulla difesa, l’attivismo e la comunicazione politica. Con lui abbiamo parlato di social media, campagne elettorali e delle imminenti elezioni americane.

Professore, i social media rappresentano il principale strumento di cambiamento nella comunicazione politica. Come li usano, oggi, i protagonisti della politica?
“Bisogna considerare la simbiosi che esiste tra il mondo della politica e quello dei media più tradizionali. Il vero punto di forza

nell’utilizzo dei social è il modo in cui certi leader, in particolare Donald Trump, riescono a controllare l’agenda dei media più tradizionali e quindi utilizzare i social, specialmente Twitter, come piattaforma con la quale influenzare il ciclo delle notizie in tempo reale. Lo fanno cercando di portare vantaggi alla propria amministrazione o alla propria campagna elettorale. Tutto questo, ovviamente, può esistere solo se c’è anche un sistema di media tradizionali che si presta a questo tipo di dinamiche e manipolazioni”
E quello americano si presta?
“Sì, per certi versi sì. Il mondo delle notizie, soprattutto quelle via cavo, è molto ‘partigiano’ e quindi più questi canali si prestano ad amplificare quello che viene strillato dagli account social di certi leader, in particolare quello di Donald Trump, più la diffusione del messaggio diventa capillare. Bisogna anche dire che comunque i social sono utili, per esempio, per le campagne elettorali, perché aiutano a raggiungere direttamente le persone, senza bisogno di un intermediario. Secondo me, la vera forza è l’abilità di saper utilizzare i social media per influenzare l’agenda mediatica”

Quali sono le criticità dei social media, anche in relazione al loro utilizzo nella comunicazione politica?
“La prima criticità è chiaramente quella della diffusione della disinformazione. È un punto di debolezza perché ad esempio, su una piattaforma come Twitter, moltissimi degli account che tante volte retwittano messaggi in realtà non sono persone, ma bot e ce ne sono centinaia di migliaia, se non milioni. Twitter riesce a rimuoverli periodicamente, attraverso operazioni di pulizia, ma come vengono rimossi subito ne vengono creati altrettanti. Quindi, guardando solo il numero di follower, di like o di risposte si può avere un’impressione falsata di quella che è la forza comunicativa di certi partiti o certi leader politici. Le piattaforme social hanno adottato negli ultimi anni delle pratiche lassiste, non si sono presi carico di controllare la qualità dell’informazione che viene trasmessa, perché questo è il ruolo che tradizionalmente viene attribuito ai giornalisti. Solo recentemente Twitter, Facebook e Instagram hanno cominciato ad aggiungere degli ‘avvertimenti’ sul fatto che determinate informazioni non siano supportate da evidenze confermate, in casi in cui un leader rilanci titoli o informazioni che non sono veritiere”
La rappresentanza è entrata in crisi e il potere dei partiti è diminuito, perché sono emersi nuovi attori: lobbies e media. Come spiega la trasformazione della rappresentanza in relazione ai media e ai populismi?
“Sono d’accordo con lei nel dire che la rappresentanza sia in crisi. Questa crisi ha radici molto profonde e complesse e l’utilizzo dei social da parte di certi leader, in particolare quelli di forze populiste, si inserisce all’interno di quel quadro complesso. Attraverso il web veicolano un messaggio efficace, che va a incidere su una realtà molto articolata. Le loro risposte sono appetibili per una parte della popolazione che apprezza la semplicità”
L’utilizzo crescente dei media digitali per la comunicazione politica, soprattutto i social media, ha contribuito

all’aggravarsi della crisi della rappresentanza politica e conseguentemente allo sviluppo del populismo. Quale pensa che sia il rapporto tra media e populismi?
“Il populismo esisteva prima dei social media, però con questi è tornato alla ribalta e forse l’Italia è uno dei ‘casi pilota’, in particolar modo con l’ascesa del Movimento 5 stelle, che precede altri movimenti a livello internazionale. Ci sono due fattori che giocano a loro a favore: la semplicità dei messaggi e il fatto che in molti casi, ad eccezione di Donald Trump e del Movimento, si trovino all’opposizione. Se guardiamo anche la Francia con Marine Le Pen, sono tutti movimenti di opposizione e, da lì, diventa più semplice portare un messaggio dirompente rispetto alle responsabilità che sono coinvolte nell’essere parte di un’azione di governo. La semplicità dei messaggi è poi parte dell’efficacia, oltre all’abilità di riempire un vuoto informativo che è stato ereditato da uno scontento presente in grossa parte della popolazione, non solo verso la politica tradizionale, ma anche verso i media. Le forze populiste danno un’alternativa all’informazione classica e questo piace”
Recentemente si è iniziato a parlare di e-Voting, anche in relazione alla situazione attuale che rende più complesso l’esercizio fisico del voto. Cosa ne pensa?
“Il discorso sull’e-voting, almeno per ora, non è ancora prevalente, anche se oggi ci sono molte ansie e paure legate alle modalità di voto, al pericolo che viene percepito da chi vuole recarsi a votare personalmente e alle incertezze legate al voto postale. Con e-voting si intende il voto da casa, utilizzando un computer, ed è diverso dal voto espresso tramite una macchina, come molte giurisdizioni fanno già qui negli Stati Uniti. Viene utilizzato un computer e l’elettore si trova davanti a schermate diverse, perché non si vota solo per il presidente, ma anche per l’elezione di rappresentanti a livello federale e statale, oppure su referendum che possono essere statali o a livello addirittura di contea. La scheda elettorale, dunque, è un documento piuttosto complesso e queste macchine sono un modo per facilitare la comprensione di tutti. Per quanto riguarda il voto da casa, sarei molto molto cauto. Se si vuole cercare di sanare la mancanza di fiducia degli elettori nel sistema di voto, non credo che un sistema di quel tipo possa risolvere la preoccupazione. Inoltre, questa modalità potrebbe dare luogo ad ansie e paure. In questo momento negli Stati Uniti, dopo che Trump ha attaccato il sistema di voto per corrispondenza, un grande numero di elettori che avevano intenzione di votare per posta ha cambiato idea e si è recato di persona nei seggi elettorali che si sono aperti in anticipo, proprio per assicurarsi che il voto venga conteggiato e arrivi in tempo. Un’altra ragione per la quale sarei cauto è che un sistema del genere dovrebbe essere garantito da un’autorità super partes di cui gli elettori possano fidarsi e che riesca a costruire un sistema capace di tracciare il percorso del voto. Questo sarebbe necessario per stimolare la fiducia degli elettori, però darebbe dei problemi dal punto di vista della segretezza della scelta”
Può un leader politico sfruttare la pubblicità sul web per scalare la catena mediatica e vincere le elezioni?
“Sì, è possibile farlo, lo abbiamo visto con Trump nel 2016. È difficile, però, che lo faccia un personaggio che non abbia già un certo tipo di seguito. È improbabile lo scenario di un leader venuto dal nulla, perché per poter emergere è fondamentale una presenza mediatica già radicata. In Italia, il pioniere di questo sistema è stato Beppe Grillo, che di certo non era una personalità sconosciuta. Negli Stati Uniti Donald Trump, già a partire dagli anni ‘80, aveva una relazione molto stretta il giornalismo dei tabloid ed era conosciuto sia a New York che, più in generale, nella parte orientale degli Stati Uniti. Poi, a partire da metà degli anni 2000, con il programma televisivo ‘The Apprentice’, si è costruito un personaggio ed è riuscito a gettarsi sulla scena nazionale”

L’outsider magari può avere un boom però poi non tale da potergli permettere una vittoria?
“Sì, è difficile. Anche guardando altri Paesi, come ad esempio l’Ucraina, vediamo un presidente che prima di essere un politico era un personaggio mediatico, un attore e uno sceneggiatore, che quindi aveva già un certo profilo. Se pensiamo ad altri outsider, anche nell’ambito italiano, sono comunque persone legate a una struttura o un movimento, come Alessandro Di Battista per il Movimento 5 stelle. Senza quel tipo di supporto è difficile l’idea del leader solo al comando. Quello che è interessante, però, è ciò che succede dopo che uno di questi leader riesce a stabilirsi sulla scena. Prendiamo i repubblicani dopo l’ascesa di Donald Trump. Che piaccia o meno, per loro distanziarsi da Trump è molto difficile e probabilmente non possono farlo senza poi perdere le elezioni. Nelle ultime settimane, in certi distretti che si trovano particolarmente in bilico, ci sono senatori che stanno facendo campagna elettorale per essere rieletti e cercano timidamente di distanziarsi da Trump, perché percepiscono la sua campagna elettorale come inefficace. Per loro, però, è difficile farlo senza perdere il supporto della base degli elettori più ferventi, che sono una minoranza ma comunque una componente essenziale”
Invece senza social, oggi, si può pensare di vincere un’elezione?
“Penso di no, ormai sono uno strumento essenziale per creare visibilità e raggiungere gli elettori, sia direttamente che indirettamente, tramite altre forme di canali mediatici”

Trump e Biden. Quanto usano i social e soprattutto quali sono le differenze nel modo in cui li sfruttano?
“Li usano in maniera molto diversa. Partiamo da Biden. Lui sta conducendo una campagna elettorale che per molti versi è simile a quella di Barack Obama del 2008 e 2012, per il modo in cui è incentrata sulle relazioni umane e in cui sta cercando di sfruttare i rapporti a livello di comunità locale. È un tipo di campagna molto più intimo e l’utilizzo della tecnologia serve a immettersi in network di tipo personale e segmentare la platea di supporter a seconda di interessi o principi comuni. Altro tratto più inusuale è quello di fare campagna da remoto e quindi affidarsi a piattaforme di videoconferenza in una maniera inedita, che però è efficace. Gli eventi che sta organizzando, riuscendo a coinvolgere le celebrità anche del mondo della musica e dello spettacolo, funzionano. Il tutto in linea con il tipo di messaggio che la campagna di Biden offre, quindi questa idea di responsabilità sui temi della pandemia e del fatto che tutti debbano fare la loro parte. Anche l’utilizzo di Twitter è molto tradizionale e nel messaggio tende a essere unificante, a raggiungere persino gli elettori incerti o delusi dal presidente uscente. La campagna di Trump invece è molto diversa. È una ripresa di quella del 2016, quindi un utilizzo di Twitter, in particolare, per cercare di creare opportunità mediatiche attraverso il rilancio di storie pubblicate da siti internet che propongono un tipo di narrazione e di notizie che hanno poco fondamento nella realtà. Secondo me, però, questo uso di Twitter non sta funzionando per Trump come ha funzionato nel 2016. Quattro anni fa, quando Trump scriveva qualcosa di controverso su Twitter, tutte le piattaforme di tradizionali rilanciavano immediatamente quello che diceva, mentre oggi hanno un approccio molto più cauto e cercano di contestualizzare queste “sparate” del presidente, uindi l’effetto non è così efficace come lo era in precedenza”