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Tony Boccia, l’italiano “pendolare dei cieli” che a NY guida il The Theater at St. Jeans

Una vita di andate e ritorni tra America e Italia, dal 2013 è manager e direttore del The Theatre nella Chiesa di St Jeans Baptist a Manhattan

Liliana RosanobyLiliana Rosano
Tony Boccia, l’italiano “pendolare dei cieli” che a NY guida il The Theater at St. Jeans

Tony Boccia.

Time: 7 mins read

Una vita di andate e ritorni, tra l’America e l’Italia, di biglietti staccati, di sogni realizzati e di capitoli nuovi aperti.

Per Tony Boccia, pendolare dei cieli, la spola con l’altra sponda dell’oceano è parte regolare della sua vita. Arrivato per amore la prima volta a fine anni Settanta, sente il richiamo della madre patria dove ritorna e  lavora, con successo, come imprenditore. Poi la globalizzazione lo spinge a lasciare il Belpaese per una nuova avventura american, ma un altro ritorno e poi un altro ancora lo aspettano.

Dal 2013, Tony è manager e direttore del The Theatre a St. Jeans, un teatro con duecento posti che fa parte della Chiesa di St Jean Baptiste a Manhattan. Una struttura gestita secondo il modello aziendale delle chiese americane che Boccia ha portato ad un fatturato di un milione di dollari attraverso l’affitto ad altre compagnie. Spettacoli, danza, teatro, una scuola, insieme ad attività di beneficienza.

“La Curia romana dovrebbe prendere esempio da questo tipo di gestione piuttosto che lasciare le chiese vuote”.

A quasi settantanni, Tony, nato a Serino, in provincia di Avellino, che nella sua seconda vita americana ha lavorato a lungo come manager nella ristorazione e nell’import-export, ha ancora molta energia e una missione: portare l’italianità a New York. Cominciando dallo spettacolo dell’artista Alessandra Corona, che si è esibita proprio al St. Jeans.

“Dico alla comunità italiana di essere più compatti ed uniti. Di fare sistema”.

Ma il futuro  prossimo di Tony sarà in Italia. “Ancora qualche anno e poi spero di prendere un biglietto di sola andata. New York non è certo il posto ideale dove invecchiare”.

Dal 2013 è manager del The Theatre a St Jeans a Manhattan dopo una  lunga carriera tra l’Italia  e gli Stati Uniti iniziata proprio oltreoceano negli anni Settanta. Cosa la porta a questi continui ritorni e partenze?

“Ogni volta le ragioni sono sempre state diverse.

Nel 1979, sono arrivato per amore, seguendo quella che allora era mia moglie, ma in seguito al terremoto in Irpinia ho deciso di ritornare nel mio paese dove ho avviato con successo un’impresa nel settore della lavorazione delle pelli.

Con l’arrivo del commercio cinese in Italia, gli affari non vanno più bene e rientro negli Uniti alla fine degli anni Novanta. Esploro l’America da Nord a Sud e da Est ad Ovest lavorando prima nell’import-export e poi come manager in diversi ristoranti. Nel 2008 torno in Italia sperando di rimanerci e godermi la pensione ma scopro che l’allora ministro Fornero ha deciso che era troppo presto. L’America chiama ancora, con l’opportunità di gestire questo teatro.

Così dal 2013, sono manager di questa struttura. Opportunità che è nata per caso parlando con mio figlio che era amico del pastore di questa chiesa”.

Una cosa insolita rispetto all’Italia è la presenza di attività culturali all’interno di chiese gestite come se fossero delle vere e proprie imprese economiche.

“In Italia non esiste questo tipo di gestione e al massimo nelle chiese si fanno attività culturali legate a quelle parrocchiali e gestite dai volontari. Qui si tratta di una gestione aziendale a tutti gli effetti, che da lavoro a persone, regolarmente stipendiate, generando un fatturato significativo. La Curia romana dovrebbe prendere esempio da questo modello americano piuttosto che lasciare molte chiese vuote”.

Questa modello imprenditoriale non potrebbe andare in conflitto con la natura della Chiesa?

“In Italia ci sono molte chiese chiuse e quelle operative vivono di offerte dei privati, piuttosto irrilevanti se si pensa a quelle che  fanno in America. Il modello con una forte vocazione e struttura votata al business delle chiese americane nasce da diversi fattori: la natura degli spazi immensi all’interno delle chiese, spesso munite di grandi teatri, la mentalità imprenditoriale americana. A questo c’è da aggiungere il fatto che, l’Arcidiocesi di New York ha chiuso negli anni passati circa 75 chiese perchè in deficit e poco operative. Per mantenersi in vita, come in qualsiasi altra realtà americana, bisogna produrre. Un principio che potrebbe sembrare contraddittorio ma che genera economia e da lavoro a molte persone. Meglio delle chiese abbandonate e chiuse in Italia”.

Come funziona la struttura che lei gestisce?

“Si tratta di un’organizzazione che include sia il teatro  che il community center e in tutto impiega dieci persone regolarmente assunte e stipendiate. A partire da me, che ho un ottimo stipendio che include l’assicurazione.

Da settembre a giugno, c’è una scuola dove si fanno attività teatrali, performing art e dalle sei di sera in poi affittiamo lo spazio a diverse compagnie per i loro spettacoli di danza, recitazione, concerti. Nel community center la compagnia Applause è fissa e si occupa sempre di performing art.

La fonte principale del nostro reddito deriva dall’affitto dei nostri locali anche se ogni tanto siamo noi stessi ad inserire delle nostre produzioni nel cartellone.

E poi ci sono le attività di beneficenza, volontariato, gli eventi da noi promossi, le cene organizzate nella nostra cucina. Quando sono arrivato, il fatturato era di circa 250 mila dollari l’anno ma io l’ho portato a un milione grazie a questa strategia di affittare lo spazio teatrale, con 204 posti a sedere, a diverse compagnie ed eventi”.

In che modo valorizza e porta avanti il concetto di italianità?

“Cerco sempre, in ogni aspetto, di veicolare la cultura italiana. Mi piacerebbe dare più spazio a produzioni italiane e per questo, di recente è nata una collaborazione con l’artista italiana Alessandra Corona che proprio l’1 e il 2 Giugno presenterà i suoi due spettacoli all’interno del nostro teatro.Con lei pensiamo di dare vita, in futuro, ad uno spettacolo che omaggi la cultura musicale italiana e il cibo perchè, a mio avviso, i due fattori principali che rappresentano al meglio l’Italia sono la musica e il cibo”.

Lei che è arrivato negli anni Settanta a New York ed è ritornato in periodi diversi, come ha visto cambiare questa città?

“Molto. L’America che mi ha accolto a fine anni Settanta era quella degli anni d’oro. Circolavano tanti soldi e c’erano molte possibilità di lavoro. Oggi i tempi sono cambiati e l’economia è diversa. E’ una città costosissima e per certi versi insostenibile”.

Come è cambiata l’italianità?

“Anche quella è cambiata molto. Prima avvertivo un forte senso e anche una presenza significativa della comunità italiana. C’erano  moltissimi eventi, club, circoli, punti di riferimento. Oggi tutto mi sembra molto diluito, frammentato. Ci sono certo iniziative delle istituzioni e alcune private, ma sono inferiori in quantità, rispetto a quelle del passato dove l’Italia  e l’italianità erano più compatte. È cambiato di certo il tipo di immigrazione e l’italiano che arriva oggi non è quello degli inizi del Novecento e neanche quello degli anni Settanta”.

Cosa direbbe alla comunità italiana di oggi?

“Di fare più sistema, di essere più uniti, di organizzare molti più eventi al di fuori dei canali istituzionali. Ad esempio, vedo molta poca musica italiana in giro a NY rispetto a una volta”.

Lei ha vissuto anche in diverse parti degli Stati Uniti. Oggi se potesse ricostruire il suo cammino, sceglierebbe ancora New York come prima meta?

“Non credo, io non sono un grande appassionato di New York. La trovo una città interessante ma non umana. Sceglierei la California, non solo per il clima ma anche per la mentalità, diversa dalla costa orientale. Ho avuto una bellissima esperienza in North Carolina, a Charlotte. Tutto era molto ordinato, pulito, le persone erano molto affabili, il clima piacevole. Ecco, io sono forse più per i piccoli centri americani fuori dalla Grande Mela”.

Questo paese, ha dato anche un’opportunità ai suoi figli?

“Sì, ed è per stare vicino a loro che io sono qui. Luigi è nato qui ed oggi gestisce un’azienda di filati che lavora per diversi brand mentre Gianluca, dopo aver vissuto in Italia 30 anni, da qualche anno si è trasferito qui per lavorare come web designer”.

Anche l’Italia è cambiata molto in questi anni e lei che l’ha vissuta anche da imprenditore cosa ci dice?

“Gli anni Settanta e Ottanta sono stati floridi per il nostro paese. Io ricordo che da imprenditore lavoravo benissimo e si stava meglio che in America. Poi la globalizzazione, l’euro, la crisi. Le cose sono cambiate ma come un pò in tutto il mondo. Resta il paese più bello in assoluto con un patrimonio naturalistico, umano, storico, ineguagliabile. Ho girato tanto ma non ho mai trovato così tanta bellezza come in Italia”.

Dopo tutte queste partenze e ritorni, quale sarà la sua prossima destinazione?

“L’America non è certo il posto dove invecchiare. Il prossimo biglietto sarà di sola andata e sarà per l’Italia. È lì che voglio godermi la pensione, viaggiare ed esplorare tutta l’Italia con occhi e stato d’animo diversi. Potrei vivere a Serino, il paese dove sono nato e cresciuto non lontano da Napoli, dalla costiera amalfitana e Salerno. Amo anche l’Umbria, la Sardegna e la Sicilia. Questa bellissima Italia di cui andare orgogliosi è quella che voglio promuovere negli Stati Uniti”.

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Liliana Rosano

Liliana Rosano

Sono nata a Catania, dove sono sempre tornata dalle mie peregrinazioni che mi hanno portato prima in Grecia, poi a Parigi. Con la mia laurea in Scienze Politiche, sognavo di lavorare nella cooperazione internazionale, ma sono finita a fare la giornalista, prima nella redazione di Telecolor poi del Quotidiano di Sicilia. ll mio ponte con l’America è iniziato grazie a un tirocinio per le Nazioni Unite a New York. Sono una freelance e collaboro con diverse testate e magazine nazionali. Vivo a Fairfield, nelle praterie sperdute dell’Iowa, in una comunità alternativa ed eco friendly e sono sempre alla ricerca di storie di italiani all’estero da raccontare.

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