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February 3, 2017
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February 3, 2017
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Mafiosi e laureati? Anche per i figli dei boss i conti non tornano

I giovani con la laurea non trovano più un lavoro ben pagato. Succede anche per Cosa Nostra?

James HansenbyJames Hansen
Lucky Luciano

Lucky Luciano fotografato nel 1931 dalla polizia di New York dopo un arresto

Time: 2 mins read

L’altissimo tasso di disoccupazione giovanile in Italia è uno degli elementi che ha messo in dubbio ciò che sembrava un dato di fatto: il valore economico della laurea universitaria. Oggi, mentre il “pezzo di carta” è ancora un patentino forse socialmente utile, non offre una garanzia reale per l’ottenimento di un posto di lavoro ben pagato. La circostanza è comune in Occidente ed è più sofferta dove—negli Usa, per esempio—il passaggio universitario genera costi diretti e indiretti particolarmente alti. La questione della bontà dell’ “investimento” educativo è stata molto indagata—seppure con risultati misti—in parecchie ricerche sull’impiego tradizionale.

Ora tre economisti, Nadia Campaniello e Giovanni Mastrobuoni dell’Università di Essex e Rowena Gray dell’Università di California, hanno esaminato gli effetti della scolarizzazione su delle carriere meno convenzionali: quelle dei professionisti della Mafia italo-americana. In uno studio dal titolo accattivante: “Returns to Education in Criminal Organizations: Did Going to College Help Michael Corleone?”, i tre, partendo dal censimento USA del 1940, tracciano la condizione economica di 712 aderenti a Cosa Nostra—descritta come “una delle più durature corporazioni criminali della storia”—dagli anni ‘30 agli anni ’60, incrociando i dati con altre informazioni pubbliche per ottenere indicazioni sul patrimonio, sulla scolarizzazione e sulla natura dell’attività criminale dei singoli.

Mentre i ricercatori hanno trovato che i mafiosi in genere avevano mediamente un anno di studio in meno dei loro coetanei non-mafiosi, quelli che insistevano più a lungo sui libri ne hanno avuto un ritorno economico medio calcolabile di un 8-9% in più per anno di scolarizzazione, un risultato notevole. Il ritorno preciso era condizionato dalla natura dell’attività mafiosa condotta. Nel periodo preso in considerazione—l’epoca “classica” di Cosa Nostra ritratta nella serie cinematografica de Il Padrino—i mestieri più paganti erano quelli dell’estorsione e strozzinaggio, della frode e delle scommesse clandestine; mentre quelli di “base”, l’assassinio e la violenza generica, erano i peggio retribuiti.

Michael Vito Corleone
Al Pacino e Marlon Brando nella parte di Michael e Vito Corleone, nel fim “Il Padrino” per la regia di Francis Ford Coppola

L’allibratore però, come lo strozzino, doveva sapere far di conto. Ai livelli più alti del crimine organizzato era necessaria una vera capacità esecutiva. Gli autori citano il commento di un pentito della Famiglia Gambino secondo il quale: “Il ‘Don’ è esattamente come un CEO che guida l’impresa, cioè la famiglia, verso il futuro… Sia in una normale azienda sia nella Mafia, chi dispone di abilità diplomatica, di capacità di leadership e dell’entusiasmo necessario per motivare gli altri emerge nel campo prescelto”.

Prima che i genitori di figli non ancora “sistemati” si entusiasmino troppo per le opportunità offerte dalla carriera mafiosa, è bene ricordare che anche questa particolare versione dell’American Dream non è più attuale. La lunga prosperità di Cosa Nostra è dipesa molto dalla duratura pace imposta dal Capo di tutti i Capi, Lucky Luciano, tra il 1931 e la sua morte (per infarto) nel 1962. Con lui è finita un’epoca e il mondo comunque è cambiato. Secondo intercettazioni degli ultimi anni, “I giovani di oggi non hanno più voglia di lavorare”, il reclutamento langue e la Mafia americana si è trovata mestamente costretta ad ingaggiare serbi, albanesi e greci per fare i lavori più disdicevoli. Poi, c’è la concorrenza asiatica…

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James Hansen

James Hansen

Americano della West Coast, vivo in Italia da molti anni. Sono arrivato, giovane, nel servizio diplomatico USA come vice console a Napoli. Lì ho capito che “da grande” non volevo fare l’ambasciatore. Sono passato al giornalismo come corrispondente dell’International Herald Tribune e del Daily Telegraph, in seguito spostandomi “dall’altra parte della scrivania” come capoufficio stampa di Olivetti, di Fininvest e infine di Telecom Italia. Da tempo mi occupo di “diplomazia privata”, accompagnando grandi aziende italiane nelle loro avventure internazionali. È la diplomazia che mi immaginavo da ragazzo, con obiettivi più o meno chiari e i mezzi e l’autonomia per perseguirli. An American from the West Coast, I have been living in Italy for many years. I got here young, with the diplomatic service as the US vice consul in Naples. There I realized that, as a grown up, I didn't want to be an ambassador. I turned to journalism as a correspondent for the International Herald Tribune and the Daily Telegraph, and later on, I moved to the “other side of the desk” as chief of press for Olivetti, Fininvest and finally Telecom Italia. I deal with "private diplomacy", backing up large Italian companies in their international adventures. It's the diplomacy as I imagined it when I was young, with more or less clear goals and the means and autonomy to pursue them.

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