In questi giorni ciascuno di voi sta ricevendo i plichi per votare al referendum.
Lo dico senza mezzi termini: io trovo molto difficile comprendere le ragioni di chi da sinistra vota no. Moltissime di queste ragioni, delle battaglie della sinistra degli ultimi trent’anni almeno, sono racchiuse all’interno di questa riforma.
Non ho certamente intenzione di riscriverne la storia in quest’articolo, ma non possiamo dimenticare che l’instabilità che ha prodotto governi su governi fin dalla nascita della Repubblica favoriva il PCI che, escluso dal governo, in quella instabilità riusciva ad inserirsi e a avere un ruolo per portare avanti le proprie idee e proprie riforme economiche e sociali e proprio per questo si opponeva a qualunque variazione dell’assetto parlamentare in Costituzione. Ricordo a questo proposito che la durata media di un governo nella Prima Repubblica era di un anno, mentre nella Seconda Repubblica di due.
Oggi però questa esclusione a priori della sinistra non c’è più: siamo stati forza di governo con Prodi due volte e oggi con il PD e questa riforma approda al suo ultimo tassello, il referendum.
Il superamento del bicameralismo paritario e un Senato delle autonomie erano infatti nel programma dell’Ulivo del ’96 secondo un principio molto semplice che metteva insieme responsabilità e celerità della decisione politica. Come spesso hanno ribadito anche gran parte dei costituzionalisti che sono contrari alla riforma, la possibilità di un regime autoritario è un non problema. Tuttavia da almeno trent’anni la sinistra ha avanzato proposte che mettevano insieme riforma costituzionale e leggi maggioritarie, da D’Alema in avanti. Questo perché la sinistra è sempre stata per un sistema che consentisse stabilità, trasparenza e responsabilità secondo un sistema elettorale che desse legittimità alle maggioranze stabili di governo. E’ difficile allora pensare che tutto questo sia vissuto come un corpo estraneo alla sinistra e alla nostra cultura di governo o che addirittura metta le fondamenta per un regime autoritario.
E’ falso, infatti, che non esistano contrappesi al potere del governo: intanto uno dei contrappesi è proprio il nuovo Senato che oppone all’istituzione del governo centrale quella dei governi territoriali che non è detto abbiano le stesse maggioranze politiche, peraltro così come avviene nel resto delle democrazie europee.
Ricordo poi che non sono stati toccati i poteri del governo, né quelli del presidente del Consiglio e che dunque ai contrappesi a costituzione vigente si aggiungono oltre al nuovo senato, l’ampliamento degli strumenti della democrazia diretta, con la possibilità ulteriore di un referendum propositivo, oltre a quello abrogativo che continuerà a esistere; si aggiunga inoltre che la corte costituzionale dovrà stabilire preventivamente alla sua applicazione, la legittimità di qualunque legge elettorale rispetto al dettato costituzionale.
L’Italia è poi in Europa ed è importante avere un ramo istituzionale che sia svincolato dall’obbedienza e indipendente rispetto al voto di fiducia del governo e che possa dunque valutare e esprimersi in piena autonomia sull’impatto della legislazione comunitaria nei territori italiani. Questo è il compito del nuovo Senato che va pensato e compreso in un’ottica completamente diversa rispetto al passato.
Finalmente poi tocchiamo il Titolo V e mettiamo ordine alla confusione di competenze creata dal vecchio testo che ha rallentato il Paese nella formazione delle imprese e dunque nello sviluppo dell’economia locale e ha prodotto un numero infinito di ricorsi alla corte costituzionale, perché bastava che una sola regione fosse di colore diverso per poter impugnare un qualunque provvedimento legislativo con dotazione di fondi. Persino quelli per le politiche sociali sono stati bloccati per queste ragioni.
Aggiungo infine che questa riforma è stata condivisa non solo dall’intera maggioranza di governo ma anche da uno dei maggiori partiti di opposizione ovvero Forza Italia, con cui questa riforma è stata scritta e che l’ha votata per ben due volte, salvo poi tirarsi indietro a causa dell’elezione non condivisa dell’attuale presidente Mattarella. E’ dunque falso che questa riforma non comprenda le idee e i contributi di una larga parte della maggioranza delle forze parlamentari.
Va poi rimarcato che fanno parte della riforma anche le richieste di quella parte del Partito democratico che oggi vota no: l’elezione del presidente della Repubblica ad altissime maggioranze, i 3/5 e non più la maggioranza relativa oppure le modalità di composizione del nuovo Senato.
Allora, io credo che sia un’occasione unica che non possiamo lasciarci sfuggire. Si badi, non ritengo che questa riforma sia perfetta, ma, stante questo Parlamento, ritengo che questa sia la migliore possibile.
Pertanto, invito a leggere nel merito la riforma, la si giudichi e si decida se corrisponde ad un passo avanti nella semplificazione e nell’efficientamento del sistema Paese oppure no.
La mia impressione è che sia un’opportunità storica che va colta e che rimpiangeremo se non dovesse passare. Anche da sinistra.
Sergio Gaudio, PhD, ricercatore in fisica e visiting professor all’Embry-Riddle Aeronautical University. Si occupa di onde gravitazionali nel gruppo delle Supernovae del Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (LIGO). E’ il segretario del PD negli USA e consultore presso la regione Calabria per gli italiani all’estero.