Continua la strage di cristiani in Nigeria, con scarsa, scarsissima attenzione da parte della stampa, come se il fatto fosse minimo, insignificante o marginale. Lunedì 6 agosto la violenza anticristiana, a poche settimane dal mancato attentato a un’altra chiesa da parte di un kamikaze, in Nigeria, nello Stato centrale di Kogi, a Okene, nella Deeper Life Bible Church, in un luogo di culto dove i fedeli erano radunati per la consueta lettura della Bibbia, un gruppo armato ha fatto irruzione ed ucciso venti persone. E sempre lo stesso giorno, a Maiduguri, città del Nordest, è stato ucciso un pastore cristiano, seguito fino a casa e poi colpito con armi da fuoco da due uomini che, secondo le autorità, potrebbero appartenere al gruppo Boko Haram. Come si ricorderà, il mese scorso una bomba è esplosa nei pressi di una chiesa nella stessa città, senza provocare vittime e l’8 luglio, Boko Haram aveva ucciso 22 Yusupersone nello Stato di Plateau.
Quella colpita la scorsa settimana è una chiesa evangelica situata nel sud del Paese, in un’area ritenuta meno drammaticamente esposta alla intolleranza religiosa di quella dell’altopiano.
Non si tratta, tuttavia, di una zona del tutto libera dal terrorismo. L’aprile scorso, nei dintorni di Okene, la polizia aveva trovato e distrutto una fabbrica di armi di Boko Haram. Nello scontro erano morti 9 jihadisti. Sempre nello stato di Kogi, lo scorso febbraio, l’organizzazione terrorista Boko Haram aveva attaccato un carcere, liberando 119 detenuti. Tuttavia, il Sud nigeriano si era finora dimostrato quasi immune dai numerosi attacchi contro fedeli cristiani. Il massacro del 6 agosto segue di soli 3 giorni un vero e proprio ultimatum lanciato da Boko Haram al presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, cristiano. Con un video, mandato online il sabato prima, il leader della setta, Mallam Abubakar Shekau, aveva intimato al capo di Stato di convertirsi all’Islam e lasciare il potere.
Sebbene gli Usa abbiano incluso Shekau nella lista nera dei terroristi del Dipartimento di Stato, cosa che comporta il congelamento di tutti i suoi beni eventualmente individuati negli Usa, Washington non ha incluso Boko Haram nel novero delle organizzazioni terroriste. Cosa che ha sollevato non pochi risentimenti fra i cristiani nigeriani, che si sentono abbandonati. Il governo federale, interrogato in merito dal Congresso, ha risposto in termini sociologici: “Boko Haram cresce a causa dei problemi economici e sociali delle regioni del Nord, che il governo della Nigeria deve trovare il modo di risolvere”, ha dichiarato Johnny Carson, vicesegretario agli Affari Esteri del Dipartimento di Stato. Nessuna delle maggiori città del nord e del centro del Paese è stata risparmiata dagli attentati di Boko Haram: dalla capitale Abuja, dove a Natale una bomba in una chiesa ha causato la morte di decine di persone, a Kano, dove il 16 gennaio almeno 185 persone sono morte in una serie di esplosioni contro caserme e uffici del governo e della polizia, da Jos, dove un gruppo di boy scout l’11 marzo è riuscito a impedire a costo della vita che un’autobomba esplodesse nella chiesa di Saint Finbarr, a Maiduguri e Kaduna, teatri dei più recenti attacchi fino all’ultimo di Pasqua. E sono più di 500 i cristiani che, dal Natale 2011, hanno perso la vita in Nigeria fra sparatorie ed attentati.
La Nigeria è il Paese più popoloso dell’Africa, con circa 140 milioni di abitanti. Con l’attuale trend di crescita (2,6 per cento annuo, il quinto più alto dell’Africa) la sua popolazione raddoppia ogni 19 anni. Nell’arco del prossimo ventennio i nigeriani arriveranno a 285 milioni, collocando la Nigeria al terzo posto tra i Paesi più densamente popolati al mondo, dopo Cina e India e prima degli Stati Uniti.
Un fatto questo che, già in sé, la dice lunga sul peso che il “gigante-Nigeria” è destinato a giocare non solo in Africa ma nel mondo intero. Nella sua storia di nazione, indipendente dal 1960, la Nigeria ha conosciuto un susseguirsi di colpi di Stato e dittature militari, oltre all’orribile guerra del Biafra dal 1976 al 1970 che ha provocato circa 2 milioni di morti. Ma, a differenza del cugino Sudan, non è mai stata messa in discussione l’unità nazionale. Dopo la morte di Sani Abacha, nel 1998, l’ultimo generale, si sono tenute le prime elezioni (pseudo) democratiche. Dal 1999, la Nigeria sta sperimentando un fragile processo democratico, cominciato con i due mandati di Obasanjo. L’elezione a presidente, nell’aprile 2011, di Goodluck Jonathan, cristiano del Sud, succeduto a Yar Adua, musulmano del Nord, morto prematuramente, ha però aggravato le tensioni. Con circa 2.500 milioni di barili al giorno, la Nigeria è il settimo produttore di greggio al mondo e il quinto nell’ambito dell’Opec, nonché il quinto fornitore di petrolio degli Stati Uniti. Ma il 70% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e l’aspettativa di vita supera di poco i 43 anni. Disuguaglianze all’origine di continui scioperi e scontri. Corruzione e iniqua distribuzione del reddito sono i mali che affliggono il Paese: la Nigeria in testa alle classifiche dei Paesi più corrotti al mondo.
A partire al 2000, le violenze hanno preso anche una connotazione etnico-religiosa, specialmente negli Stati settentrionali della Federazione nigeriana, dove i governi locali hanno introdotto la sharia, la legge coranica. Gli scontri, che hanno opposto cristiani e musulmani in diverse località, hanno provocato circa 14 mila morti.
Il gruppo autore degli attentati contro i cristiani è chiamato Boko Haram, ma i suoi seguaci preferiscono essere identificati con il nome arabo Jamàatu Ahlis Sunna , o semplicemente Yusupersone fia (dal nome del fondatore), che in lingua locale (Hausa) significa “l’istruzione occidentale è peccato”, un imam, il cui nome era Mohammed Yusuf, oratore eccezionale, dotato di un carisma unico e grandi capacità di convinzione. Venne ucciso nel 2008, dopo essere stato arrestato dalla polizia e i video della sua fine fu mostrato da Al-Jazeera, innescando ulteriore rabbia fra gli integralisti.
Il movimento Boko Haram, certamente affonda le sue radici in piccole sette definite i “Talebani della Nigeria”, che erano state debellate a fine anni Novanta e inizio Duemila nel nord-est della Nigeria. Da allora le roccaforti del gruppo si trovano a Maiduguri, capoluogo dello Stato nord-orientale di Borno. Questi estremisti hanno una strategia chiara, sempre maggiori capacità finanziarie e tecniche, collegamenti internazionali, tra cui al Qaeda.
L’anno che segna la svolta violenta di Boko Haram è il 2009, quando l’esercito nigeriano interviene pesantemente: i carri armati distruggono il posto dove la setta è nata, la moschea di Yusuf, nell’ambito di un’operazione in cui vengono uccisi 1000 seguaci, imam compreso. Già nel 2009 diversi nigeriani erano stati spediti in Mauritania e Mali per prendere essere addestrati dagli affiliati ad Aqmi, i gruppi di al Qaeda nel Maghreb islamico.
Da lì la rete si è estesa a Niger, Sudan, Ciad, Somalia e addirittura all’Afghanistan. L’instaurazione e il rafforzamento di legami con gruppi simili dell’Africa e con al Qaeda può rappresentare una minaccia sempre maggiore per la Nigeria: l’islamizzazione di tutto il Paese appare un obiettivo tutto sommato poco realistico, ma di sicuro rappresentano un fattore di rischio per l’affermazione di un regime democratico già precario e per la tenuta stessa dell’integrità territoriale.
In un recente convegno in Etiopia, ad Adis Abeba, della Fondazione per lo sviluppo africano creata da Romano Prodi (si chiama “Africa, 54 paesi, una Unione”) il presidente della Commissione dell’Unione africana (Ua), Jean Ping ha detto: “Non siamo più il continente perduto. Oggi il linguaggio è cambiato. L’Africa è vista come nuova frontiera. Si moltiplicano le richieste di partenariato. Tutti vogliono avere relazioni con noi”.
È da contesti simili che la minaccia etnica regressiva che da tempo sta avvenendo in Nigeria da parte di Boko Haram. Questa minaccia, questo terrorismo contro i cristiani, dicono in molti, sono finanziati dall’Arabia Saudita e da altri Paesi arabi radicali per cercar di fermare un processo di cambiamento del maggior paese africano e dell’Africa intera. Un terrorismo che porta avanti l’islamizzazione dei Paesi dell’Africa sub-Sahariana, soprattutto Nigeria, Niger e Mali.