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Gabriele Mainetti: un supereroe romano a New York

Intervista al regista di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, in arrivo al Lincoln Center per Open Roads

Maurita CardonebyMaurita Cardone
gabriele mainetti
Time: 7 mins read

Non ha ancora compiuto quarant’anni, ma secondo alcuni ha già rivoluzionato il cinema italiano. Lo chiamavano Jeeg Robot, il suo lungometraggio d’esordio, ha vinto sette David di Donatello all’ultima edizione del premio: riconoscimenti al coraggio di tornare a fare cinema di genere, alla voglia di fare un cinema italiano diverso da quello visto e rivisto negli ultimi vent’anni e alla capacità di credere in un progetto anche quando l’industria ti chiude le porte in faccia. Forse non ha rivoluzionato il cinema, ma Gabriele Mainetti ha legato il suo nome a uno dei film più inaspettati della cinematografia italiana recente. Un film molto poco italiano pur essendo italianissimo, un film che gioca con l’universo fantastico dei supereroi per poi raccontare umanissime storie di ordinario disagio.

Lo chiamavano Jeeg Robot arriva in questi giorni in America, presentato all’interno del festival Open Roads. Con l’occasione, abbiamo incontrato Gabriele Mainetti al Lincoln Center.

Ci racconti un  po’ la genesi di questo film, dall’idea alla produzione, alla ricerca dei fondi?

“Nasce dalla voglia di fare un film che non fosse il solito film italiano…”.

Qual è il solito film italiano?

“In Italia in genere o esordisci con una commedia o fai un film d’autore, definizione che tra l’altro non ha più senso perché in un film d’autore dovrebbe sentirsi lo sguardo personale dell’autore  e invece il cosiddetto cinema d’autore in Italia è diventato tutto uguale a se stesso e i film si sono somigliati tutti per un certo periodo. Noi abbiamo lavorato su altro. Abbiamo detto: raccontiamo la storia di uno che vuole essere supereroe, si mette il costume da Superman e si butta dal tetto di una villa sull’Appia antica e casca dentro una piscina. E da là siamo arrivati a dire facciamo un film davvero su un super eroe. Abbiamo lanciato il sasso più lontano possibile. Abbiamo ripreso un soggetto scritto da Nicola Guaglianone nel 2010. Con quel soggetto ho girato molti produttori italiani.  La cosa che mi faceva incazzare era che mi dicevano che in Italia non si poteva fare un film così, che in Italia il film di genere non funziona e un film sui supereroi non si poteva fare perché è un genere che non ci appartiene e non abbiamo le potenzialità e le capacità per raccontare quelle storie. Ma un produttore non dovrebbe poter dire cose così, dovrebbe essere quello con più coraggio di tutti. E alla fine, avendo prodotto da solo i cortometraggi che avevo fatto in precedenza, mi sono detto che era il caso di produrmelo da solo. Il che ha comportato un confronto con un lavoro che conoscevo così così: sono bravo nella produzione esecutiva, ma non conoscevo il fundraising. Rai cinema ci ha sostenuti ed è poi entrata in coproduzione. Poi il Ministero ci ha riconosciuto un contributo molto importante  e ha dato la possibilità al film di entrare nella fase produttiva. Poi sono arrivati dei fondi della Regione Lazio e poi qualche privato. Alla fine siamo arrivati a quello che è il budget di una buona opera prima: un milione e mezzo. Poi ho dovuto metterci di mio quello che mancava perché ho sforato. Il film alla fine è costato un milione e sette”.

Immagino tu li abbia recuperati, visto che il film è andato molto bene in Italia…

“Sono rientrato delle spese ma non ci ho guadagnato. È incredibile ma con un film che fa circa cinque milioni di incassi non ci si guadagna”.

Il tuo film ha una fotografia molto particolare che a me personalmente è piaciuta molto. È molto fumettistica. Ti sei ispirato a qualcuno o qualcosa?

“No, mi piaceva avere il freddo e il caldo insieme. Quindi abbiamo raffreddato un po’ le ombre mandandole verso il ciano e riscaldato altri toni verso l’arancio. Anche con i costumi poi abbiamo assecondato questa scelta: la quantità di colori che si vede c’è perché quei colori ci sono in scena. Io odio le fotografie monocromatiche, tutte rosse o tutte blu”.

Il tuo film ha fatto parlare di rinascita del cinema di genere italiano. Ce n’era bisogno? Sentivi la mancanza del cinema di genere?

gabriele mainetti“Come dicevo in Italia c’è un’idea di cinema polarizzato su due fronti: commedia e cinema d’autore. Io ho fatto un film che parla di un supereroe che ha a che fare con la mala romana, quindi c’è il gangster movie; ma allo stesso tempo questo supereroe vive una storia d’amore, quindi c’è la romantic comedy, anzi direi quasi commedia all’italiana perché vicende e personaggi fanno ridere e fanno piangere. Per dire che si può fare dell’altro. Loro lo chiamano film di genere, ma per me ci sono solo film buoni e film cattivi e non sopporto il genere quando è fine a se stesso. Per me la struttura serve per raccontare il contemporaneo”.

Hai detto che c’è un po’ di commedia all’italiana. A me del film ha colpito il fatto che abbia dei tratti naturalisti. Il che è strano in un film su un supereroe… Se gli italiani fanno un film  su un supereroe è un supereroe neorealista?

“Beh l’eredità c’è. Sono italiano. E per quanto ami il cinema americano e abbia un rapporto fortissimo con l’America e in particolare con questa città (mia sorella vive qua da vent’anni e mia nonna è stata i primi anni della sua vita in New Jersey, tanto che mio bisnonno è sepolto a Newark), sono e resto italiano. E per me era impossibile non far sospendere l’incredulità dello spettatore utilizzando lo sguardo neorealistico. È quasi un paradosso: si penserebbe che supereroe e neorealismo insieme non funzionino. E invece per me era l’unico modo. Perché gli italiani ci credono solo se c’è quello sguardo”.

E il tuo supereroe è un poveraccio, vive in un postaccio: è un supereroe vittima delle periferie? C’è un messaggio sociale dietro?

“Si racconta certamente un riscatto sociale. Che poi diventa riscatto di tutti, archetipo universale della possibilità del cambiare, a prescindere dall’estrazione sociale. Però c’è anche il bisogno di dire che le persone che nascono in quegli specifici quartieri, così difficili, e che vivono a un passo da una soluzione criminale, non devono pensarsi come destinati a fare solo quello. Nicola Guaglianone, lo sceneggiatore, ha fatto l’assistente sociale in un centro di integrazione sociale a Tor Bella Monaca che è il quartiere che descriviamo e aveva a che fare con dei minori che avevano commesso dei reati e la cosa che lo aveva colpito era che loro vedevano qualsiasi prova come se dovesse fallire a priori, perché erano convinti che non ce l’avrebbero fatta nella vita. Molti si sono uccisi. Ecco, noi volevamo dire che non deve per forza essere così”.

É un film più locale o più globale?

“La prova l’abbiamo avuta in Italia, un paese separato, diviso, dove il cinema romano, al Nord, non è sempre amato. La seconda città in cui il film è stato più visto è stata Milano e dopo i David anche Padova: il Veneto è una delle regioni più difficili dove riuscire con un film romano. Secondo me quando racconti una storia che ha a che fare con delle tematiche universali come la paura e l’amore non puoi non radicalizzarle nel microcosmo. Soprattuto se sei italiano, perché noi abbiamo una forza territoriale incredibile”.

Quindi l’avresti potuto fare altrove un film del genere o no?

“La storia può essere ambientata altrove, ma ci vuole la periferia. La periferia è la periferia del mondo. Sicuramente quella periferia ha una sua cultura specifica ma il tipo di disagio che vi si vive  è simile. Questo vale almeno nell’ambito di una civiltà occidentale. Ovviamente a Bagdad un film del genere sarebbe diverso”.

Tu dove sei cresciuto?

“Aventino, zona benestante di Roma”.

Come ti aspetti che sia accolto il tuo film all’estero e in particolare qui in America, patria dei supereroi?

“Spero piaccia, ma non ne ho assolutamente idea”.

Non ti preoccupano quegli elementi più locali, quella spiccata romanità?

“Quando io ho guardato La Haine di Kassovitz lo capivo. Se dovessero fare un film del genere, o un remake, qui  in America dovrebbero ambientarlo in un ghetto. Il cinema impara a raccontare la realtà, è un’interpretazione della realtà, ovviamente non è il reale”.

Perché hai scelto il riferimento all’universo dei manga giapponesi?

“Ecco, forse questo è un aspetto che in America potrebbero non cogliere. Io l’ho scelto perché tutti ci siamo cresciuti e, visto che l’immaginario del film è molto pop, non poteva non esserci la nostra cultura pop. I supereroi con cui noi siamo cresciuti erano quelli. Go Nagai (creatore del soggetto del fumetto originale di Jeeg Robot, nda) è stato il nostro Stan Lee”.

A proposito di Stan Lee, c’è qualche personaggio del mondo Marvel che ti ha ispirato o per cui hai una passione particolare?

“Mi piacciono i fumetti, soprattutto mi piacciono i manga. Ma non sono un malato di fumetti. Hulk mi piace moltissimo. Mi piacciono gli eroi umani e fragili”.

Quindi più Spider-Man che Superman?

“Beh, sì, Spider-Man è un personaggio più vero..”

Se dovessi fare un film con un supereroe newyorchese come sarebbe questo supereroe?

“Per me ho fatto un film che parla di un uomo con dei super poteri che poi si rende conto di poterli e doverli utilizzare per gli altri. Per me è un film molto umano quindi lavorerei il più possibile sulle problematiche degli esseri umani e su quelle che ci sono qui”.

Guarda il trailer di Lo chiamavano Jeeg Robot:

Lo chiamavano Jeeg Robot sarà al Walter Reade Thetre del Lincoln Center sabato 4 giugno alle 8.45 pm con dibattito con il regista a seguire. Sarà poi proiettato di nuovo martedì 7 alle 3.30pm.

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Maurita Cardone

Maurita Cardone

Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro, senza che mai mi sia capitato di incappare in un contratto stabile. Nel 2011 la vita da precaria mi ha aperto una porta, quella di New York: una città che nutre senza sosta la mia curiosità. Appassionata di temi ambientali e sociali, faccio questo mestiere perché penso che il mondo sia pieno di storie che meritano di essere raccontate e di lettori che meritano buone storie. Ma non ditelo ai venditori di notizie.

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