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No c’è Onu senza giustizia per le donne

Stefano VaccarabyStefano Vaccara
Time: 10 mins read

Da sinistra la deputata europea Iva Zanicchi, il ministro degli Esteri Franco Frattini e il vicepresidente del Senato Emma Bonino all’Onu (Foto di Riccardo Chioni)

NEW YORK. L’Italia paladina dei diritti umani alle Nazioni Unite? Dopo il passaggio della risoluzione sulla moratoria per la pena di morte, ora è la volta della battaglia per una risoluzione che condanni le mutilazioni genitali femminili. L’Italia, con l’Egitto e altri paesi africani, sta ponendo al centro dei lavori delle Nazioni Unite una questione strettamente legata al rispetto dei diritti umani, in questo caso femminili: l’abolizione delle mutilazioni genitali, una violenza perpretata sulle bambine ancora in tenera età e che irrimediabilmente ferisce per tutta la vita milioni di donne in tutto il mondo, anche nei paesi dove sono arrivate e cresciute da emigrate.

Durante questa settimana di inaugurazione dei lavori della 65 Assemblea Generale dell’Onu e del vertice per i Millenium Goals per lo sviluppo, il governo italiano, rappresentato dal ministro degli Esteri Franco Frattini, il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna e il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, ha posto la questione delle mutilazioni genitali femminilei (FGM) al centro della sua agenda politica e scegliendo bene i tempi.  Infatti i diritti umani e soprattutto la protezione delle donne e dei bambini, sono stati al centro degli interventi durante il vertice del Millenium, con il segretario Ban ki Moon che ha annunciato il raggiugimento di un contributo di 40 miliardi di dollari da dedicare alla protezione di donne e bambini.

L’Italia è stata anche il paese sponsor principale di una riunione a livello ministeriale che si è tenuta mercoledì e dove è stata appunto concordata, con gli altri paesi partecipanti, la strategia di presentare una risoluzione entro la fine dell’anno. Poi il ministro Frattini, sabato pomeriggio, ha riproposto la questione dei diritti umani nel suo intervento all’Assemblea generale dell’Onu, annunciando insieme alla moratoria per la pena di morte e al diritto per la libertà religiosa, l’imminente presentazione di una risoluzione per eliminare le mutilazioni genitali femminili nel mondo. L’Italia su questo campo dei diritti umani si muove "in base alla forza del nostro approccio umanistico, che afferma l’essere umano come misura di tutte le cose", ha detto Frattini, che ha rimesso anche l’Onu al centro di quel ruolo istituzionale che deve far rispettare "i più importanti principi e valori della Carta. Uno sopra a tutti: che ogni individuo del mondo è stato dotato di inalienabili e assoluti diritti nei quali il compromesso non può essere mai tollerato".

Il ministro Frattini, durante una conferenza stampa, aveva spiegato che verrà dato mandato agli ambasciatori presso l’Onu di preparare un progetto di testo di risoluzione sulle  FGM, cercando di ampliare al massimo il consenso sui contenuti, "adottando una metodologia di coinvolgimento e di condivisione", evitando quindi "un approccio paternalistico e lasciando spazio ai promotori africani". Anche il ministro Carfagna aveva ricordato che l’approccio non sarà quello di "una battaglia, di uno scontro, ma di agire attraverso la diplomazia e la discussione".

Con i rappresentanti del governo italiano, all’Onu c’era anche una delegazione di parlamentari. Tra loro il vicepresidente del Senato Emma Bonino, già ministro e commissario europeo, che sul rispetto dei diritti umani ha impegnato un’intera carriera politica. La questione delle FGM è stata da lei messa all’attenzione dell’opinione pubblica europea oltre dieci anni fa, quando l’esponente radicale italiana era commissario Ue ai diritti umani e nei suoi viaggi prese posizioni coraggiose contro i governi che le violavano. Ancor prima dell’11 settembre 2001, per esempio, il mondo avrebbe potuto scoprire già la pericolosità del fondamentalismo dei talebani, quando il commissario Bonino venne arrestata durante una visita in Afghanistan.  

La senatrice Bonino insieme al ministro per le Pari Opportunità Carfagna, venerdì mattina è anche intervenuta ad una Conferenza Internazionale sulla Protezione dei diritti della Donna organizzata all’Istituto Italiano di Cultura di New York.  La sera prima, presso l’Helmsley Hotel di Manhattan, c’era stato un ricevimento per celebrare la campagna internazionale per l’abolizione delle FMG e la decisione di presentare una risoluzione all’Assemblea generale dell’Onu. Tra i principali organizzatori, la ong "No Peace Without Justice" guidata dal segretario generale Niccolò Figà Talamanca. In sala tanti diplomatici, funzionari Onu e parlamentari – intervenuto anche il Presidente della Commissione Esteri del Senato Lamberto Dini-  e tante attiviste giunte da vari paesi africani. Ospite d’onore la first lady del Burkina Faso Chantal Compaoré, che da anni si impegna per l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili.

Venerdì siamo andati nella sede di "Non c’è pace senza giustizia", proprio accanto al Palazzo di Vetro dell’Onu, per intervistare la vice presidente del Senato italiano.

Come è andata all’Onu?

"Questa settimana è stata importante, ci sarà ancora da lavorare tutto ottobre per negoziare un testo e avere sufficiente sostegno. Indubbiamente la riunione ministeriale all’Onu, come la conferenza di stamattina all’Istituto di cultura, sono momenti importanti, che abbiamo svolto sempre insieme alle nostre partner africane. Questo nuovo modo di pensare ai diritti umani che abbiamo già praticato sulla pena di morte, viene da lontano. Io ricordo nel ’99 quando a Roma negoziammo una conferenza diplomatica per la corte penale internazionale, che fu una battaglia che aveva contro Stati Uniti, Cina, Russia… È importante che tutto avvenga in contemporanea col dibattito sul Millenium Goals, dove uno degli obiettivi si riferisce proprio alle donne e alle bambine".

"Credo che valga la pena osservare come la metodologia diversa porti a dei risultati diversi. Ad esempio sulle motivazioni io non credo che sia il ruolo dei paesi donatori di andare nei villaggi o di fare dei lavori sul terreno. Non spetta proprio a noi. Quello che è il nostro valore aggiunto, e lo è stato per questi dieci anni, è cercare di rafforzare le attiviste in loco in modo da renderle in dialogo permanente con le loro istituzioni, e far sì che parlamenti e governi le stessero a sentire e si sedessero al tavolo con loro. Infatti il formato attiviste-parlamenti-governi è stato il formato che dall’inizio della conferenza del Cairo nel 2003, poi è stato quello che abbiamo usato e perseguito anche in paesi molto difficili, come Mauritania, Sudan, Eritrea, Niger. Il tutto basato su una ottica di diritto.  Convinte, loro prima di noi, che le conseguenze sono conseguenze mediche, sociali, psicologiche, ma sono anche conseguenze a monte di una violazione fondamentale di un diritto umano di base che è il diritto all’integrità fisica".

"Ora queste ha portato le donne, per la prima volta, non solo a continuare il lavoro di terreno tra i villaggi, ma a chiedere  delle leggi. Cioè a chiedere una situazione giuridica che fosse chiara per tutti.  E devo dire che in dieci anni di campagna, su 29 paesi che hanno grande prevalenza di mutilazioni genitali femminili, 19  hanno ormai delle leggi di proibizione. Più o meno applicate, più o meno aperte, più o meno inclusive, però intanto l’affermazione della legge come base di uno sviluppo personale e anche economico. Io credo all’idea della legge su questo problema, e senza scomodare Amartya Sen e il suo libertà come sviluppo, è proprio così.  E io credo che queste campagne stanno dimostrando che anche il tradizionale aiuto pubblico allo sviluppo deve cambiare paradigma, non siamo più negli anni settanta, gli interlocutori sono diversi, geopoliticamente il baricentro si è spostato. Credo che questo nuovo paradigma meriti di essere meglio studiato, meglio osservato, perché credo sia quello che non solo combatte quel fenomeno in sé, quella violenza in sé, ma non è solo no, è anche un sì alla legge, alla regola come dato di convivenza, veramente un paradigma diverso".

Di diritti umani e di stato di diritto ha appena parlato Barack Obama all’Onu durante il vertice del Millenium, dicendo che non c’è sviluppo dove non c’è lo stato di diritto e non si rispettano i diritti umani…

"Perché in effetti dove non c’è lo stato di diritto non ci sono diritti. Ci possono essere suppliche, ci possono essere come da noi le raccomandazioni. Ci possono essere  altre cose, ma se non c’è uno stato di diritto, quindi una legge e delle istituzioni che funzionano poi i cittadini non possono esigere i loro diritti".

Parliamo di questa risoluzione.

"Perché la risoluzione? Prima di tutto, dopo dieci anni di campagne, non cade certo dal cielo. Il Burkina Faso ha una legge di proibizione, ma per evitarne le conseguenze parecchi si spostano per fare questa operazione in Malì, per esempio. E quindi cominciavano a chiedere una regolamentazione regionale e da qui viene il protocollo di Maputo che ha all’articolo 5 la proibizione delle mutilazioni genitali femminili. Forse perché è caduto il muro del silenzio, si è scoperto che questa pratica è anche molto diffusa in nord Iraq,in Yemen, in Indonesia, e in altri paesi…"

Quindi anche fuori dall’Africa.

"Per questo non è fondamentale soltanto il consenso africano. Intanto in Africa sono 28 paesi che la praticano su 53. Ma poi abbiamo scoperto non solo nelle comunità di immigrati, quindi ormai anche qui negli Stati Uniti, in Europa, ma anche in Arabia Saudita, Yemen, Nord Iraq, Malesia, etc. Quindi ci è venuta fuori questa idea di una messa al bando universale."

Dai paesi che elenca sembrerebbe che nel fenomeno delle mutilazioni genitali femminili ci sia un legame con la religione islamica, invece…

"Quasi nessuno. È una tradizione patriarcale. Innanzitutto ci sono paesi cristiani o animisti, tipo l’Etiopia per esempio, che la praticano al 90%".

Quindi l’Islam non c’entra…

"Non c’entra niente. Poi nel 2003, con la grande dichiarazione alla nostra conferenza dell’Imam  Tantawi, che fece un discorso per dire  che il Corano non prevede le mutilazioni, e finì per dire che se volete continuare a tagliare le vostre figlie trovatevi un’altra scusa, ma non invocate la religione perché nel Corano non c’è. Questa si pratica anche in Kenya, in zone animiste per esempio, ma è soprattuto un dato reazionario, pratiarcale di controllo, insomma le tipiche pratiche nefaste che sono sempre di controllo sulla parte fenminile. Certo, alcuni si sono appigliati alla cosidetta interpretazione religiosa fatta ad uso e consumo. E allora, a Gibuti, furono proprio gli Imam a dire pubblicamente che il Corano non c’entra niente.  Lo stesso è avvenuto in Gambia, lo stesso in Mauritania, insomma questo è un alibi che per fortuna ormai non regge".

Il ruolo del goveno italiano in questa battaglia. Il ministro degli Esteri Frattini, ha dedicato gran parte della sua conferenza stampa nel parlare del problema e ha descritto i tempi che porteranno alla presentazione della risoluzione all’Assemblea generale…

"I tempi sono un po’ scadenzati dalle procedure delle Nazioni Unite. Nel senso che la risoluzione va depositata entro ottobre. In novembre viene esaminata normalmente dal terzo comitato che si occupa di diritti umani e poi va in plenaria a dicembre che è la sezione dedicata ai diritti umani. Noi siamo molto speransosi, continueremo a lavorare, il nostro team di ‘Non c’è pace senza giustizia’ non si sposta da New York, e avremo anche altre delegazioni. In questi giorni abbiamo avuto già qui presenti militanti, attiviste, funzionari di governo, parlamentari provenienti da Burkina Faso, Senegal, Gibuti, Mauritania, Benin, Togo, Sierra Leone, e adesso stiamo organizzando la venuta di Kenya e Uganda; sta per uscire il libro in inglese di Khadi Koita "mutilata", e faremo anche un tour di presentazione del libro cercando di coinvolgere anche le comunità afroamericane che ieri ci hanno contattato per la prima volta per dire, ‘guardate bisogna che ci diamo una mano perché anche qui abbiamo questo problema…’  Poi ci sono stati in questi giorni una serie di paesi che hanno contatto il ministro Frattini o il sottosegretario Scotti, o anche me perché già ci conoscevamo già in altre vite, e parlo del Mozambico, Yemen, della Repubblica del Congo e della Repubblica Centroafricana, perché vogliono fare parte di questo gruppo".

Tanta Italia quindi nel riunire questi paesi. Vediamo anche qualche altro paese europeo che non fa parte dell’Ue, come Svizzera e Norvegia, ma come mai non ci sono importanti paesi dell’Ue coinvolti?

"Sono tutti favorevoli, solo che non li abbiamo coinvolti all’inizio perché non volevamo francamente che sembrasse l’Europa che volesse imporre chissà che cosa. L’Italia ha una posizione diversa, perché ha lavorato su questo tema per dieci anni. Questi miei percorsi, da pellegrina in giro per tanti paesi, sono stati tutti concordati e sostenuti dal governo italiano".

La radicale Emma Bonino in questo caso promuove il governo Berlusconi?

"Sicuramente. E il governo Berlusconi era stato anche a favore dell’iniziativa sulla moratoria della pena di morte, che era andata male due volte ma che è riuscita poi al terzo tentativo. Poi abbiamo già tante divergenze con il governo Berlusconi per quanto riguarda la politica estera, dalla Russia alla Libia, che anzi trovo piacevole e bello che ci siano poi ogni tanto dei temi importanti dove si va insieme. Stamane ero insieme con la ministra Carfagna che va poi al Cairo lunedì e martedì. Insomma mi sembra dal governo su questo tema delle mutilazioni genitali femminili abbiamo avuto il massimo del sostegno".

Prevede che la risoluzione sulle FGM arriverà al successo in tempi più brevi rispetto agli anni per la moratoria sulla pena di morte?

"Per quanto riguarda la moratoria per la pena di morte, ci sono sempre gli irrudicibili, ma sono di meno, come l’Iran e gli Stati Uniti. Per esempio quest’anno 15 paesi hanno aderito alla moratoria".

Mi riferivo al voto sulla risoluzione Onu. Quanto tempo ancora? 

"Io credo che sarà diverso questa volta, a livello di Nazioni Unite si potrà arrivare al traguardo già con questa Assemblea Generale. Poi si tratterà di fare una campagna di sensibilizzazione in loco. Credo che abbia ragione il ministro degli esteri Frattini, quando dice che se arriviamo al voto in aula, nessun paese avrà il coraggio di alzarsi e dire ‘sapete che c’è, noi invece vogliamo continuare il taglio e cuci per le nostre figlie".

E come giudica l’istituzione della nuova agenzia UNWoman, per la quale il segretario generale Ban ki Moon  ha  scelto l’ex presidente del Cile Michelle Bachelet?

"Benissimo e  alla guida della nuova agenzia l’Onu non poteva scegliere una leader migliore, conosco bene la Bachelet e la stimo moltissimo, una donna forte e di grande esperienza".

Domanda, sulla politica interna. Ultime sciabolate tra Fini e Berlusconi per il cosidetto "scandalo di Montecarlo". Che succede, si tornerà a votare?

"Dall’Onu non ho seguito le ultime vicende, ma penso da mesi che si andrà alle elezioni a marzo. Non è un bene per l’Italia, un paese che vota ogni due anni rischia di perdere credibilità internazionale, nel mondo d’oggi essere credibili è essenziale, lo ripeto essenziale!  La nostra analisi da radicali è che il problema del paese non è Berlusconi, lui unico e solo. Il problema è ben diverso, credo che Berlusconi sia il frutto di una degenerazione partitocratica che viene da molto più lontano. E ora siamo arrivati allo sfarinamento istituzionale. Per cui alla crisi della destra, peraltro, corrisponde altrettanta crisi nell’opposizione. Penso che siamo alla fine di un percorso. Bisognerà  ricominciare il percorso del collegio uninominale, della semplificazione, del referendum che abbiamo vinto e che i partiti hanno tradito".

Ma se si riandrà a votare sarà con la  legge dove decidono tutti i capi partito e non i cittadini…

"È scoraggiante, rivotare con lo stesso sistema è scoraggiante…"

La vostra soluzione?

"Sistema uninominale all’americana, due partiti, uno vince e uno perde".

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Stefano Vaccara

Stefano Vaccara

Sono nato e cresciuto in Sicilia, la chiave di tutto secondo un romantico tedesco. Infanzia rincorrendo un pallone dai Salesiani e liceo a Palermo, laurea a Siena, master a Boston. L'incontro col giornalismo avviene in America, per Il Giornale di Montanelli, poi tanti anni ad America Oggi e il mio weekly USItalia. Vivo a New York con la mia famiglia americana e dal Palazzo di Vetro ho raccontato l’ONU per Radio Radicale. Amo insegnare: prima downtown, alla New School, ora nel Bronx, al Lehman College della CUNY. Alle verità comode non ci credo e così ho scritto Carlos Marcello: The Man Behind the JFK Assassination (Enigma Books 2013 e 2015). Ho fondato e diretto (2013-gennaio 2023) La VOCE di New York, convinto che la chiave di tutto sia l’incontro fra "liberty & beauty" e con cui ho vinto il Premio Amerigo 2018. I’m Sicilian, born in Mazara del Vallo and raised in Palermo. I studied history in Siena and went to graduate school at Boston University. While in school, I started to write for Il Giornale di Montanelli. I then got a full-time job for America Oggi and moved to New York City. My dream was to create a totally independent Italian paper in New York to be read all over the world: I finally founded La VOCE di New York. In 2018 I won the "Amerigo Award". I’m a journalist, but I’m also a teacher. I love both. I cover the United Nations, and I correspond from the UN for Radio Radicale in Rome. I teach Media Studies and also a course on the Mafia, not Hollywood style but the real one, at Lehman College, CUNY. I don't believe in "comfortable truth" and so I wrote the book "Carlos Marcello: The Man Behind the JFK Assassination" (Enigma Books 2013 e 2015). I love cooking for my family. My favorite dish: spaghetti con le vongole.

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