Il 25 Aprile all’Istituto di Cultura ha offerto il piacere della scoperta. Si intitolava “Liberation Day: readings from tales of women and young people” e ha offerto le parole e le memorie di alcuni fra quelli che hanno lottato per la libertà dell’Italia, anche protagonisti meno conosciuti. I condannati a morte della resistenza, le donne partigiane, ma anche eroi dimenticati dello sport, partigiani d’oltremare e non fascisti d’oltreoceano.
Maestro di cerimonie il direttore Finotti, che ha ricordato fra l’altro la madre staffetta partigiana, che lottava per la libertà del paese e la sua di donna indipendente. Mico Licastro, in qualità di rappresentante del Coni negli Stati Uniti, ha parlato del ruolo dello sport nel fascismo e della resistenza antifascista all’interno di quel mondo. Ha ricordato Bruno Neri che giocava nella Fiorentina e che coraggiosamente il 10 settembre del 1931 si rifiutò di fare il saluto fascista prima del fischio di inizio. Si arruolò poi fra i partigiani della brigata Ravenna. Morì nel ‘44 in una azione di recupero degli aviolanci alleati.
Nadia Urbinati, docente di scienze politiche alla Columbia University, ha ricordato i condannati a morte della resistenza, giovani fra i 17 e i 30 anni, che hanno lasciato nelle loro ultime lettere, a poche ore dall’esecuzione, considerazioni eterne sul diritto e il dovere della lotta per la libertà. Tutti chiedevano perdono ai familiari per il dolore arrecato, ma tutti fino alla fine ribadivano la convinzione nella giustezza delle loro scelte. Non sarebbero voluti diventare eroi, spiegavano, erano stati costretti a combattere per difendere i loro diritti di cittadini da una società ingiusta. Urbinati ha anche ricordato la lotta partigiana delle donne: 35mila fra staffette e combattenti che decisero di partecipare alla lotta clandestina, in particolare alla lotta armata, per aiutare i familiari già sulle montagne, ma anche per diventare a loro volta protagoniste, per uscire di casa e sottrarsi alle leggi patriarcali cui erano state soggette fino ad allora.
Angelo Caglioti, professore al Barnard College, ha ricordato i partigiani d’oltremare, i colonizzati provenienti da Eritrea, Etiopia, Somalia che si sono trovati in Italia quando è iniziata la lotta di liberazione e hanno deciso di imbracciare le armi e farne parte. Ha raccontato un episodio specifico, citato nel libro “Partigiani d’Oltremare: Dal Corno d’Africa alla Resistenza italiana” di Matteo Petracci, che riguarda 58 persone che dalle colonie sono state portate a Napoli nel 1940 per volere di Mussolini. Dovevano rappresentare la vita nei villaggi alla Mostra delle Terre d’Oltremare, la più grande esposizione coloniale mai organizzata in Italia. Erano ascari, donne e bambini che, con la dichiarazione della guerra, sono rimasti bloccati in Italia, sorvegliati perché non potevano mescolarsi alla razza superiore dei bianchi italiani, in condizioni climatiche cui non erano abituati, infine rinchiusi in una cittadina delle Marche. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, alcuni di loro scapparono e si unirono alla “Banda Mario”, un gruppo partigiano composto da donne e uomini di almeno otto nazionalità diverse e tre religioni, che trovò nella lotta al fascismo e al nazismo una solida ragione unificante.
Introdotto da Anthony Tamburri, Dean del Calandra Institute, Stephen Cerulli, Ph.D. candidate in Modern History alla Fordham University, ha invece ricordato il fascismo e l’antifascismo oltreoceano. Ha citato “Italian Fascist Activities in the United States” scritto negli anni ’40 da Gaetano Salvemini ed edito da Philip V. Cannistraro del Calandra Institute nel ’77: lo storico vi affermava che solo il 5% degli oltre 5 milioni di italoamericani che vivevano negli Stati Uniti negli anni ’20-’30 era dichiaratamente fascista, percentuale perfino troppo alta secondo Cannistraro. Per gli italoamericani l’identificazione con il fascismo era una tecnica di sopravvivenza in una terra in cui facevano fatica a trovare una identità e del rispetto. I giornali antifascisti, come “Il Martello” di Carlo Tresca e “Il Nuovo Mondo” dei fratelli Bellanca, denunciavano l’influenza fascista esercitata dai leaders italoamericani, i cosiddetti “prominenti”. Fatto sta che Mussolini stesso nel ’27-’28 sciolse le organizzazioni fasciste in America, dopo scontri che avevano iniziato ad incrinare i rapporti con il governo americano.